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Dal 2018 per sopravvivere all'era dell'AI dobbiamo riscoprirci mortali

"Che cos'è l'intelligenza?". Questa domanda, semplice come tutte le domande tremendamente complesse, per millenni è stata poco più di un divertissement filosofico. Oggi potrebbe essere la questione centrale dei nostri tempi. Se, infatti, fino a poco tempo fa sapere cos'è l'intelligenza non sembrava avere vere conseguenze pratiche, in quanto ritenuta caratteristica quasi esclusiva dell'essere umano e certificazione del suo dominio sulle altre specie, ora con il grande ritorno dell'Intelligenza Artificiale, la cosa sembra essersi fatta più pregnante che mai.

Oggi, grazie alla sua stessa intelligenza, l'uomo sembra aver creato qualcosa che può essere, sarà o forse già è più intelligente di lui. E la prospettiva che questo nuovo concorrente intellettivo lo sostituisca e alla lunga persino prevalga e lo elimini è stato forse il tema di discussione più caldo dell'anno che si sta chiudendo. Ecco quindi che la questione su cosa sia l'intelligenza, come funzioni e come si sviluppi, oggi ad alcuni può sembrare una questione di vita e di morte: se l'intelligenza è alla portata delle macchine, allora siamo superati; se invece è qualcosa di più, allora siamo salvi, e possiamo tenerci la nostra supremazia (e il nostro lavoro e il nostro reddito, almeno per un po').

Tipicamente, si tende a pensare all'intelligenza umana come l'unica davvero "creativa": animali e forse persino vegetali sono in grado di adattarsi all'ambiente, a volte di elaborare strategie, e in rari casi persino usare strumenti. Tuttavia, di fronte a imprevisti di cui non hanno esperienza, non sembrano in grado di giungere a soluzioni non "istintive". Questa distinzione, solo apparentemente semplice e rassicurante, si è fortemente incrinata nel recente passato in momenti come questo: una macchina non solo può oggi stracciare il miglior umano in un gioco - il go - così complesso da avere più possibili combinazioni degli atomi presenti in più universi (e quindi non potendosi affidare alla sola forza di calcolo per vincere), ma lo può fare anche compiendo mosse impreviste e imprevedibili. La macchina sembra diventata "creativa".

Applicare questa proprietà creativa alla pervasività di digitalizzazione e Big Data, vuol dire attribuire "mente" e "gambe" a un Golem chiamato AI che presto o tardi dominerà il mondo. O almeno così sembra a molti. Ma è davvero così? La "rondine" che ha portato all'odienta "primavera" dell'AI dopo lunghi decenni di rigido inverno è la tecnica del deep-learning: in sostanza - e semplicisticamente - un meccanismo che associa all'approccio massivo per tentativi tipico delle macchine una sorta di "propagazione inversa" su strati di reti nodali. Questo approccio consente alla macchina di apprendere un compito (di recente anche in maniera quasi del tutto autonoma e senza basarsi su riferimenti qualitativi) fino ad arrivare all'eccellenza in tempi brevissimi.

Il deep-learning è stato sviluppato sulla base delle osservazioni del funzionamento del cervello umano. Tuttavia, c'è ancora un abisso tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. E questo abisso potremmo chiamarlo pregiudizio (anche se gli informatici preferiscono parlare di "modelli"). Grazie al pregiudizio, l'essere umano è in grado non solo di prevedere in tempi rapidissimi azioni e reazioni complesse (la traiettoria di un lancio, per esempio), ma anche portare esperienze precedenti in nuovi contesti e situazioni, limitando a poche unità le ipotesi plausibili in un dato contesto.

Prendiamo il caso di AlphaGo, il computer di Google che gioca a go: può stracciare qualsiasi essere umano, ma se gli diciamo di giocare togliendo una riga dalla scacchiera, va nel pallone. Non solo: per imparare a battere un grande campione di scacchi ad AlphaZero ("fratello maggiore" di AlphaGo) bastano poche ore ma alcune milioni di partite giocate contro sé stesso: il campione umano ci mette sì anni a diventare un maestro, ma giocando appena qualche migliaio di partite. Un bambino impiega poche foto per capire la differenza tra un cane e un gatto: un computer ne richiede milioni.

Da dove deriva, quindi, questo incomparabile vantaggio intellettivo degli esseri umani? Da milioni di anni di evoluzione? Certamente. Dall'interazione sociale che spinge alla formazione di giudizi rapidi per comprendere una materia incredibilmente complessa e imprevedibile come i sentimenti, sia propri che altri? Senza dubbio. Ma anche e più ancora di questo l'intelligenza umana sembra superiore a qualsiasi altra (artificiale o animale) in quanto si pone la domanda fondamentale: perché? Chiedere a un computer perché gioca a scacchi, o a un leone perché caccia, non ha senso. Lo fanno e basta (un essere umano potrebbe dire che "è nella loro natura / sono stati programmati così"). Solo l'essere umano si interroga sui significati profondi del proprio agire, quelli che trascendono la propria esistenza. E questo gli concede un vantaggio fondamentale.

Ed eccoci arrivati al punto di attualità: nell'epoca post-moderna, sembra che l'uomo stia sempre più smarrendo le proprie connessioni con le ragioni prodonde del suo essere e del suo agire. Lo si vede in molti ambiti, ma soprattutto nel campo del lavoro. Al di là delle differenze generazionali di approccio, al giorno d'oggi se chiedessimo a una persona "Perché lavori?", questa potrebbe avere la stessa difficoltà a rispondere di un animale interrogato sul perché costruisce la sua tana. "Perché si deve!", sembra essere la prima risposta. A un secondo pensiero, volendo essere più articolati, si potrebbe rispondere "Perché devo pagare le bollette / avere uno status sociale". Ma, allo stesso modo, si potrebbe dire che un animale costruisce la sua tana "Per difendersi dal freddo e dai predatori". Questa è la motivazione funzionale, esterna; non la motivazioni profonda, la ragione vera del nostro agire: il valore.

Le tre grandi motivazioni esterne dell'agire umano potremmo chiamarle le 3P: Potere, Patrimonio, Popolo. Sono tre motivazioni importanti, forti, che possono portare a grandi benefici personali e collettivi. Allo stesso tempo però, possono portare a conseguenze disastrose. La differenza sta nella loro sussistenza su basi motivazionali profonde. Senza valori interni a supporto, la ricerca del Potere diventa volontà di Prevaricazione; il diritto al Patrimonio diventa accumulo di Pecunia; il desiderio d'appartenenza a un Popolo diventa cieca difesa di Patria (sempre 3P, se vi piace). Se invece queste tre motivazioni esterne sono conseguenza di motivazioni ultra-personali, cioè che perseguono valori che vanno oltre l'esistenza del singolo, allora ecco che possono trasformarsi in Autorità, Risorse, Società.

Il problema è che oggi più che mai facciamo difficoltà a concepire e ad ancorarci a valori interni e profondi nelle nostre scelte e nel nostro agire contemporaneo. E la causa maggiore di questa nostra nuova incapacità è probabilmente l'emarginazione della morte nella nostra società. La morte oggi è stata anestetizzata, svilita, svuotata. Sia la morte degli altri - esorcizzata e virtualizzata continuamente nella fiction e nella realtà confinata in ambienti chiusi e "invisibili" come gli ospedali - che la nostra - vero tabù nella comunicazione inter-personale e spostata indefinitamente più avanti nel tempo grazie ai progressi della medicina. Abbiamo reso il morire l'evento più solitario della nostra vita, quando dovrebbe essere il più personale, cioè il più pregno di significati quale culmine della nostra esistenza.

Fino a pochissime generazioni fa la mortalità era presente quasi ogni giorno nella vita degli esseri umani. Non solo parenti e amici morivano più frequentemente e in maniera ben visibile intorno a noi (si moriva in casa, o in traumi collettivi come guerre e epidemie) ma il rischio di non sopravvivere alla settimana o persino alla giornata era molto più concreto e reale. Questo spingeva più naturalmente le persone a pensare al passato e al futuro: a interrogarsi cosa portava il proprio agire in beneficio alle generazioni future, e in che modo raccoglieva il testimone delle precedenti. Oggi, nelle nostre oramai secolari vite, continuamente immersi nel presente di strumenti che ci dicono in ogni momento come stiamo e cosa facciamo ma non perché siamo o facciamo, sembriamo incapaci di pensare davvero a lungo termine, e quindi a identificare e promuovere in noi stessi e negli altri valori profondi.

Si pensi anche alla preghiera. Non è un caso che praticamente in tutte le culture del mondo e della storia ci sia stata una forma di culto e di preghiera verso qualcosa di "aldilà" del reale. La preghiera, oggi sempre più spesso abbandonata e equiparata alla sciocca superstizione, aveva e ha - quando ben applicata - una funzione fondamentale: dare senso del tempo e relativizzare la propria condizione esistenziale. Pregare vuol dire ringraziare per quello che si ha - e che altri non hanno - chiedere scusa per quel che si è fatto - e di cui altri pagheranno lo scotto. E sì, anche chiedere qualcosa, ma in funzione di valori profondi, legati alla continuità della specie sia da un punto di vista funzionale che culturale. Oggi, nella nostra condizione di semi-divinità iper-potenti e quasi-immortali, il senso di tutto questo ci sfugge. Anzi, ci sfugge il senso del tutto. Come un tempo, d'altronde, ma con una assai minore capacità di accettarne il mistero.

Trovare il senso: ecco la definizione più completa di intelligenza. E il senso vero lo si trova solo nell'altro-da-noi, e nell'oltre-di-noi. Lo si trova davvero solo pensando al proprio lascito, guardando nel lunghissimo periodo. Lo conferma anche Irvin Yalom, psicologo americano che ha dedicato una vita a studiare la morte e la mortalità, secondo cui possiamo ridimensionare la nostra paura di morire e vivere liberi dal rimpianto meditando sul nostro effetto sulle generazioni future e confidando la nostra ansia alle persone amate. Si può dare un più profondo senso al proprio vivere e al proprio morire agendo con dignità e correttezza per "essere d'esempio per gli altri" oltre la propria esistenza. E proprio l'esempio e l'emulaazione che ne deriva è ciò che, nella storia, fa progredire il pregiudizio, la cultura, l'intelligenza.

Agire anzitutto sulla base delle motivazioni profonde, dei valori, e solo poi in base alle motivazioni esterne, consente all'essere umano non solo di performare al meglio, ma anche di vivere in maniera più piena. Solo chi ha motivazioni interne forti riesce a effettuare una ricerca del lavoro davvero attiva, propositiva e costante. Solo chi lavora seguendo valori saldi riesce a produrre vero valore aggiunto e a continuare a farlo nel lungo periodo, aumentando le possibilità di carriera e di benessere. Solo chi vede nel proprio lavoro qualcosa di più di un mezzo di sussistenza ma il modo di portare la propria testimonianza di esistenza nel mondo è in grado di tenersi aggiornato in un mondo in costante evoluzione: le innovazioni e le rivoluzioni non lo intaccheranno ma anzi gli forniranno nuovi mezzi, e creerà valore aggiunto che rimetterà a disposizione della collettività.

Forse abbiamo paura dell'Intelligenza Artificiale perché vi riconosciamo sempre di più noi stessi. Forse siamo terrorizzati all'idea non tanto di essere rimpiazzati, ma di diventare sempre di più macchine. Forse non abbiamo tanto paura di rimanere disoccupati, ma di sentirci inutili. Forse non abbiamo davvero paura di morire, ma di non vivere. Forse, per un vero lavoro e per un vero progresso, non è dal rifiuto, ma dall'accettazione che dovremmo ripartire.

Buon futuro.

 

Riccardo Maggiolo

Fondatore del Progetto Job Club

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