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Il miglior modo per cambiare nel 2019? Opporsi al "cambiamento"​!

Capodanno: momento di grandi festeggiamenti, grandi bevute, grandi speranze e grandi proponimenti. Il cambio di data è da sempre uno sprone e un invito per tutti noi a cambiare, a fare propositi, a mettersi in gioco. Eppure, lo sappiamo tutti come funziona: quasi nessuno fa dei piani seri per cambiare abitudini o atteggiamenti, e quei grandi propositi se ne vanno quasi altrettanto rapidamente dei postumi da assunzione di alcol e calorie del cenone. Il cambiamento gode di una narrativa di grande successo, ma di una ben scarsa pratica. E questo non solo per quanto riguarda noi stessi e la nostra parabola personale.

"Cambiamento" è stata una delle parole-chiave del 2018 e degli ultimi anni. Dal celebre "Change" di Obama nel 2008 all'odierno "Governo del cambiamento", la politica ha cavalcato costantemente questo tema (e infatti, negli ultimi anni i politici che hanno vinto un'elezione in uscita da un incarico sono stati rarissimi). Nel business, il concetto di "disruptive" - cioè di qualcosa di totalmente nuovo che letteralmente "rompe" tutto - tipico della retorica delle start-up è stato istituzionalizzato e le imprese più ammirate sono multinazionali quasi monopolistiche che hanno rovesciato e continuano a rovesciare a loro piacimento il mercato. Sul lavoro, poi, è tutto un parlare di "change management" e di "formazione continua", mentre se si guarda al marketing e alla pubblicità la parola "nuovo" è quasi diventato sinonimo di "bello", "efficace", "desiderabile".

Insomma: tutto il mondo o quasi vuole il cambiamento: ma il cambiamento rispetto a cosa? A guardare i dati, non siamo mai stati meglio! Tutti gli indicatori mostrano che gli aspetti fondamentali della nostra vita come salute, democrazia, alfabetismo, partecipazione, libertà sono in aumento quasi esponenziale nel mondo, mentre violenza, guerra, sofferenza e fame sono in costante e forte diminuzione. E questo non solo nei Paesi in via di sviluppo! Poco prima di Natale, ho portato la mia prozia ultra-novantenne a fare un giro in centro città a vedere le luminarie. Assieme a lei c'erano altre donne della sua casa di riposo. Una di queste, davanti a una cioccolata calda, mi disse di aver avuto 13 figli, di cui 8 morirono prima di compiere un anno! Otto bambini morti prima di poter camminare ma sapendo guardarti negli occhi e dire "mamma"! Nel "ricco" Veneto poco più di 60 anni fa!

Insomma, a guardare con obiettività e oltre l'immediato, possiamo dirci molto fortunati. Eppure non sembra affatto così, vero? A leggere i giornali e a parlare con le persone, pare che il pericolo sia dietro l’angolo, la povertà ovunque, la violenza in ogni strada. Ma perché? Per varie ragioni. Primo: le notizie si basano su cose che accadono oggi, in velocità, e mentre una violenza, un conflitto, una crisi accadono di solito molto rapidamente e sono eventi semplici e immediati, i processi di progresso ed evoluzione sono di solito molto più lenti e complessi e fanno meno notizia. Secondo: il nostro cervello si è evoluto in milioni di anni primariamente per evitare pericoli in un ambiente ostile piuttosto che cogliere opportunità in un contesto di abbondanza. Terzo: le persone tendono a legare la felicità più alle prospettive future rispetto alla situazione attuale, a dare più peso al potenziale rispetto all'acquisito, e non c'è dubbio che oggi abbiamo strumenti molto potenti e quindi potenzialmente più facilmente in grado di provocare danni irreparabili.

Se a queste "inclinazioni naturali" si aggiungono mass-media sempre più pervasivi e onnipresenti e un mondo sempre più complesso e difficilmente comprensibile, non ci si può affatto stupire che la maggioranza delle persone pensi di vivere in un mondo pericoloso e ingiusto, e quindi di desiderare il cambiamento. Se però questa legittima speranza si basa su questa rappresentazione del mondo, solitamente seguono due effetti; entrambi hanno come base dei meccanismi mentali; entrambi possono essere fonti di paradosso:

1. Fatalismo e disillusione: se il mondo va male continuerà ad andare male nonostante ogni sforzo e azione, e quindi tanto vale non impiegare tempo e risorse in una soluzione. Qui il focus è sul passato, che viene idealizzato, ricordato come migliore di quello che era nei fatti (retrospettiva rosea). Questo fenomeno è particolarmente evidente oggi nella cultura popolare, in cui c'è un costante strizzare l'occhio al passato con remake, prequel e sequel di film e opere passate. Il paradosso che questo atteggiamento può innescare lo chiamerei del "tertium datur": si rifiuta un cambiamento anche se migliorativo rispetto all'esistente perché comunque imperfetto, nella speranza di una soluzione ottimale che però non è nella disponibilità delle cose (si pensi ai referendum su Brexit o riforma costituzionale);

2. Rifiuto e radicalizzazione: se gli organismi preposti e di potere non riescono a risolvere una situazione evidentemente corrotta, allora devo essere io, uscendo dagli schemi - e, eventualmente, anche dal lecito - ad agire per restaurare il giusto. Qui il focus è sul futuro, che viene dipinto come cupo e spaventoso (declinismo). Anche in questo caso, la cultura popolare manifesta chiaramente questa tendenza, con lo spopolare di film, libri, videogame ambientati in futuri distopici e allucinati, da Black mirror in giù. Il paradosso che questo atteggiamento può innescare lo chiamerei del "falso eroe solitario": se tutti vogliono il cambiamento, allora bisogna agire come tutti gli altri e quindi conformarsi nell'opporsi al conformismo (pensate alla popolarissima battaglia contro il politicamente corretto).

Questi due effetti sono alternativi, ma spesso non variano tanto nelle persone, quanto rispetto al contesto in cui esse agiscono. Se, per esempio, nella conversazione tra amici di solito vince il fatalismo, nelle urne vince il rifiuto; se in famiglia prevale la disillusione, nei social network prevale la radicalizzazione; se sul posto di lavoro ha la meglio il primo paradosso, nella ricerca del lavoro vince il secondo. Insomma, pare che nella sfera pubblica sia tendenzialmente agevolato il fatalismo, mentre in quella privata ad avere la meglio sia il rifiuto. Ma il punto centrale che in entrambi i casi, il cambiamento, impossibile o necessario che sia, viene identificato nell'altro, non in sé stessi.

Tutti vogliono che il mondo cambi, nessuno vuole cambiare. In passato spopolavano i libri di self-help per diventare più magri, allegri, di successo; ora si cerca soprattutto il "tool", la "app" che faccia il lavoro per noi (per quanto possibile). La soluzione non è più cercata dentro di noi, ma fuori. Il che è particolarmente interessante se si pensa che, nel sentire comune, "cambiamento" è sempre più percepito come semanticamente vicino alla parola "ribellione". Ma il cambiamento vero non è quasi mai un atto di ribellione, quanto di maturazione! Quando qualcuno dice «Dobbiamo cambiare!» se cambi stai obbedendo; e quindi non ti stai davvero ribellando e probabilmente non stai cambiando.

Nell'era del "cambiamento", il nuovo eroe non è chi, partendo dal basso, fa un lavoro di ridefinizione identitaria interna per poi cambiare il mondo circostante (Ghandi, Martin Luther King, Gesù Cristo...) ma chi, dall’alto, agisce sulla base del proprio innato rigore morale ed etico per cambiare la società tutta (pensate agli eroi di film molto popolari come "Il Gladiatore" o "V per Vendetta"). Da lì, il passo da autorevolezza ad autoritarismo è breve, come dimostra anche il crescente successo di politici e imprenditori che impersonano per intero i loro partiti e le loro aziende, fino a diventare da loro del tutto indistinguibili.

Questa continua tensione verso il cambiamento esterno, insomma, rivela anzitutto un disagio interno; un'incapacità di fare i conti con sé stessi e capire dove ci si trova e ancora di più dove si vuole andare. Il più fatale ultimo stadio di questo sentimento è il far prevalere la coerenza e la solidità alla giustizia e alla verità. Come un marinaio perso nel mare in tempesta pensa solo a tenere la rotta anche se sta per schiantarsi contro gli scogli, alla stessa maniera una persona intimorita e sperduta cerca riferimenti esterni certi a prescindere dalla loro "qualità" intrinseca. Ed ecco il successo del politico che «almeno dice le cose come stanno», l'apprezzamento dell'insultatore che «almeno non le manda a dire», e persino la giustificazione del violento che «almeno è coerente». Come se cambiare idea, posizione, atteggiamento fosse intrinsecamente una sconfitta, e il cambiare il contesto (anche se in peggio) intrinsecamente una vittoria.

Come opporsi a tutto questo? Bisogna non cambiare? Rimanere gli stessi? Ovviamente no; o, almeno, non necessariamente. È nella migliore natura umana desiderare di migliorarsi e migliorare le cose. Ma il cambiamento sano deve sempre partire da noi, dai nostri atteggiamenti, per poi espandersi al contesto. E questo è possibile a condizione di fare una cosa, soprattutto in Italia: smettere di condannare l'errore. Troppe persone associano l'errore al fallimento, e quindi alla condanna: non è un caso che uno degli slogan più popolari di oggi sia «Chi sbagli paga!». Mettiamocelo (e mettiamolo) in testa: sbagliare va bene! Solo chi sbaglia impara e cambia: basta non sbagliare di proposito!

Ecco quindi l'unico buon proposito che vi suggerisco per l'anno prossimo. Accettare di poter sbagliare e cambiare e, ancora di più, accettare che gli altri possano sbagliare e cambiare. Da lì, poi, se va bene, cambieremo tutti insieme.

Buon 2019.

Riccardo Maggiolo

Fondatore del Progetto Job Club

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