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Nel segreto dell'urna del lavoro non frega niente a nessuno

Questa campagna elettorale ha detto molto di come oggi pensiamo al lavoro. A partire dal fatto che è stato un tema del tutto secondario. Si è preferito parlare di sicurezza, di migranti, di tassazione, di ritorno di ideologie del passato e di risultati e trascorsi propri e degli avversari politici. Ma di come rilanciare l'occupazione se ne è parlato poco. E meno ancora di come migliorare la qualità del lavoro degli italiani. Neppure l'ultimo rapporto dell'Istat è riuscito a scuotere l'agenda pubblica e rimettere in cima alla lista il tema del lavoro. Eppure, creare occupazione vuol dire di conseguenza risolvere problemi come disuguaglianza, crescita, integrazione. È quasi come se il lavoro fosse un tema "maledetto": tutti ci pensano, ma nessuno vuole parlarne seriamente; tutti lo vogliono, ma in pochi vogliono promuoverlo davvero.

Ma non basta. Quando si è parlato di lavoro, si è parlato quasi sempre (e sempre in termini fumosi) di "creare posti di lavoro", come se l'elezione di questo o quel partito, sulla base di questa o quella scelta economica o legislativa, potesse dare la stura all'assunzione di milioni di persone. In pochi hanno osato parlare di politiche attive del lavoro (anzi, in molti programmi non sono nemmeno citate), uno solo - mi è parso - ha ammesso che "il lavoro non si crea per decreto" e nessuno ha proposto qualche alternativa efficace a un sistema di intermediazione che - oramai è sotto gli occhi di tutti - è inefficace, inefficiente e depressivo, sia per i lavoratori che per i datori. Si è quindi parlato di lavoro come si parla del tempo atmosferico o della salute: un argomento noioso o persino scomodo ma necessario, che rimane prigioniero dei soliti luoghi comuni e frasi di cortesia. Ma perché?

La verità - io credo - è che nel segreto dell'urna del lavoro frega poco o nulla a nessuno.Oggi nessuno va davvero a votare pensando che quella scelta favorirà la sua ricerca di un buon impiego, né che lo aiuterà a migliorare la qualità del lavoro che ha. Al massimo qualcuno - ma si tratta di una minoranza - va a votare perché spera genericamente che quel politico o quel partito crei le condizioni per cui domani il marito, il nipote, l'amico possa trovare lavoro. Ma si tratta più di una preghiera estemporanea, poco più di una speranza, un generico biglietto della lotteria da giocare per vedere cosa succede. Invece, la maggioranza vota per testimonianza o per rabbia: per affermare la sua appartenenza a un certo gruppo o la sua condizione di deluso ed emarginato (che poi, anche quello è un gruppo). Non dovere civico per la costruzione di una società più giusta per tutti, ma affermazione di identità: questo è soprattutto il voto oggi.

In questo senso, oggi l'approccio generale verso la politica somiglia molto all'approccio generale verso il lavoro. Il lavoro (così come la politica) è oggi visto sempre più come affermazione di identità più che costruzione della stessa. Avere un lavoro significa sapere come potersi collocare e affermare nella scena sociale, e non averlo vuol dire rimanerne ai margini: proprio come avere una appartenenza politica chiara e palese e non averla restando nell'enorme gruppo dei delusi non-votanti. Non bastasse questo, c'è sempre più la percezione che appartenere all'uno o all'altro gruppo non sia tanto un effetto di una scelta personale o di una strategia, ma della sorte o di un'altra volontà altra e intoccabile.

Ecco quindi che il voto si trasforma in una specie di gioco stile reality-show (voto il più simpatico o voto per vedere cosa succede) e la ricerca del lavoro diventa una vuota lotteria con tanti partecipanti che cercano la scorciatoia per vincere (riempo un CV, rispondo a qualche annuncio e incrocio le dita). In entrambi gli ambiti si finisce per affidarsi a scelte estemporanee, o ad abbandonarsi al simbolo, al capo messianico, una specie di deus ex machina che possa magicamente risolvere la situazione, per quanto irrealistico questo possa sembrare. E questo è terrificante, perché è il segno di una arrendevolezza quasi invincibile di poter essere protagonista nelle due sfere più importanti della definizione identitaria: quella personale (con il lavoro) e quella collettiva (con la partecipazione pubblica).

Il punto è che a tutti noi piace pensare che il lavoro sia qualcosa che sta fuori di noi invece che dentro di noi. D'altronde, è molto comodo ed è così che ci è stato descritto e insegnato: il lavoro come una cosa che viene calata dall'alto, come un diritto naturale, che lo Stato deve fornire a tutti, che i datori elargiscono a loro piacimento (se fate vostra una certa ideologia) o solo se vengono messi nelle condizioni di farlo (se appartenete all'altra). Ma il lavoro non è questo. Non lo è mai davvero stato, non lo è per nulla ora e tanto meno lo sarà in futuro. Il lavoro è creazione di valore seguendo i valori. Il lavoro è partecipazione, condivisione, espressione. Il lavoro (e anche la ricerca del lavoro), se volete, è una conversazione. E le conversazioni si fanno insieme. Riscoprire il senso profondo del lavoro, tornare a parlarne aldilà delle etichette e degli stereotipi, vuol dire anche ricreare identità, e quindi una comunità.

 

Riccardo Maggiolo

Fondatore del Progetto Job Club

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