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Altro che "tecnici" ed "esperti"! Il mestiere del futuro è fare di testa propria

Esperto di Blockchain. Big data analyst/architecht. Specialista di stampanti 3D. Pilota di droni. Esperto di e-commerce. APP designer. Social media manager. Digital marketing specialist. Programmatore iOS. Questo un elenco - assolutamente approssimativo e improvvisato - in ordine cronologico inverso di alcune delle figure lavorative più richieste e ambite dal mercato del lavoro negli ultimi anni.

Si badi bene, non una lista inclusiva, ma esclusiva. Perché se c'è stato un breve ma intenso periodo in cui gli esperti di stampanti 3D o i piloti di droni sembravano essere i prossimi padroni del mercato del lavoro, oggi non appaiono poi così appetibili. E figure come il social media manager o il programmatore iOS da qualche tempo sono in calo nei desiderata dei datori. Chissà se accadrà lo stesso per gli esperti di Blockchain. Certamente l'impiegato bancario, uno dei lavori più ambiti e richiesti fino a 20 anni fa, in questo momento si sente una specie di reietto.

Viviamo in tempi interessanti, in continuo cambiamento, pieni di minacce e di opportunità. Abitiamo un mondo in cui ci sono scoperte nuove ogni giorno, i trend cambiano ogni mese e i grandi scenari ogni anno. E ciò vale tanto più per il mondo del lavoro. Secondo il World Economic Forum, il 65% dei bambini che oggi vanno a scuola svolgeranno dei lavori che ad oggi ancora non esistono. Anzi, per l'Institute for the Future (IFTF) la cifra si attesta addirittura all'85%.

È quindi stupefacente notare come una fetta consistente della classe dirigente da una parte si lamenti del fatto che i lavoratori abbiano ancora in mente questo vetusto feticcio del posto fisso per la vita e prenda a sberleffi la fascinazione del "pezzo di carta" come condizione sufficiente per farsi largo nel mondo del lavoro, mentre dall'altra non solo pretende di avere in tasca la ricetta formativa e lavorativa per accaparrarsi una collocazione fissa e ben remunerata per i decenni a venire, ma si aspetta anche che le persone la seguano ciecamente rinunciando alle loro inclinazioni e interessi.

Oggigiorno si sprecano gli articoli e le opinioni di "esperti" e di "studi" che vogliono indicarci quali sono le professioni del futuro, per non parlare degli appelli affinché i giovani non buttino il loro futuro e vadano a fare quello che il mercato del lavoro richiede (che poi sia quello che interessa alle aziende e non ai lavoratori è, evidentemente, accidentale). Fino ad arrivare al punto di etichettare come "inutili" o persino "dannose" intere discipline apparentemente meno richieste dal mercato del lavoro (e, evidentemente, di conseguenza, le persone che hanno deciso di dedicarcisi).

Questa posizione, anche se espressa in buona fede, è figlia di un'ideologia che conferisce un insuperabile primato al mercato rispetto al lavoro; un'ideologia che sostanzialmente promuove l'idea che le persone non siano in grado di scegliere il meglio per sé stesse, e chi quindi debbano essere "formate" per riuscire a "impiegarsi" (o a piegarsi, se volete) e per essere parte attiva e utile della società; un'ideologia che nasce probabilmente con le fabbriche dell'800, ma che evidentemente ha ancora presa. Un'ideologia che oggi non ha alcun fondamento. Per almeno tre buone ragioni.

1. Misurare la "utilità" di un corso di studi o di una figura professionale in base a quanto viene richiesto nel day-by-day del mercato del lavoro emerso è assurdo e controproducente. Il mercato del lavoro è assai più ampio di quello visibile e comunque si muove soprattutto per dinamiche non pianificate. La maggioranza dei datori di lavoro non assume tramite ricerca e selezione fatta con annunci e curriculum, e comunque la maggioranza delle persone sviluppa la propria carriera soprattutto sulla base di scelte professionali, opportunità create dal basso, risposte ad esigenze momentanee o richieste inattese. Ci sono per esempio molti manager laureati in filosofia, ma ovviamente non si vedrà mai un annuncio di lavoro per "manager con laurea in filosofia". Soprattutto nell'epoca in cui viviamo dovrebbe esserci chiaro che non è quello che studiamo, ma come lo si studia a fare la differenza.

2. Le esigenze delle aziende non coincidono perfettamente e in ogni istante con quelle di un Paese e di una società. Anzi, vi coincidono solo parzialmente e in maniera spesso maldestra. Il mercato del lavoro non è fatto solo da imprese, e men che meno da quelle affermate e che dispensano consigli sulle future carriere. C'è il settore pubblico, anzitutto, che proprio per sua natura non deve (o non dovrebbe) concentrarsi su ciò che è più produttivo o attraente per il mercato, ma più necessario alla collettività (infermieri, assistenti sociali, psicologi, curatori... Tutta gente che certa impresa considera incollocabile). E poi ci sono le piccole imprese, che sono il 95% del mercato del lavoro italiano e che spesso vanno a infilarsi nelle nicchie, nei settori trascurati dalle grandi aziende, specie se si tratta delle amatissime start-up.

3. Non è vero che le discipline tecniche e scientifiche comportano una condizione lavorativa migliore nel lungo periodo rispetto alle discipline "umanistiche". In Italia l'85% dei laurati in scienze umane e sociali si colloca, e anche se questo dato è leggermente inferiore a quello delle discipline tecniche-scientifiche (91%), se si guarda alla qualità del lavoro nel lungo termine il primato di queste ultime è messo in forte crisi. Gli studenti di corsi di studi "umanistici" sono per esempio più propensi a lavorare durante gli anni di studio, e quindi a fare quelle esperienze di "competenze trasversali", "intelligenza sociale" e di "ragionamento laterale" che tanto sono necessarie al giorno d'oggi. Ne risulta non di rado il "paradosso" per cui i dirigenti hanno la "inutile" laurea in filosofia, lettere, legge e psicologia, mentre i loro dipendenti hanno gli "indispensabili" titoli in informatica e maccatronica.

Siamo quindi di fronte a un'ideologia falsa e mistificatrice. Ma il vero guaio è che si tratta anche di un'ideologia pericolosa, perché non solo disincentiva le persone e le pone in maniera ostile verso il proprio lavoro (con le conseguenze produttive ed economiche che si possono immaginare nel lungo periodo), ma soprattutto in quanto rischia anche di innescare un pericoloso meccanismo di "settarismo professionale", in cui chi decide di percorrere strade formative e professionali apparentemente poco desiderabili sul mercato è visto come una sorta di parassita sociale. In questa narrazione le disfunzionalità del mercato del lavoro vengono infatti additate ai lavoratori, che hanno fatto la scelta sbagliata sulla base scelte puerili ed edonostiche, invece che alla classe dirigente politica e industriale, che dovrebbe lavorare per il coinvolgimento e l'esaltazione delle competenze di tutti nel mercato del lavoro.

Sostenere che le persone debbano studiare e fare quello che il mercato del lavoro vuole significa creare milioni di disoccupati o - nel migliore dei casi - lavoratori frustrati, che a lungo termine non sapranno aggiornarsi e quindi creare vero valore aggiunto e rimanere impiegabili. Anche perché se nel futuro ci sono delle categorie a rischio, questi sono proprio gli "esperti" e i tecnici. I primi saranno messi nella sostanziale impossibilità di essere tali dalla produzione a getto continuo di nuove nozioni, scoperte, informazioni; i secondi sono quelli in prospettiva più esposti dall'essere sostituiti dalle nuove tecnologie come l'intelligenza artificiale. Senza poi contare che spingere le persone a omogeneizzarsi quanto più possibile nel loro percorso di studi e di sviluppo di competenze vuol dire impoverire la società e renderla sempre meno in grado di far fronte alle complessità di oggi.

Se c'è una sola cosa di cui siamo tutti abbastanza convinti per il futuro è che il "lavoro a vita" non esisterà più, e che anche ai pochi che avranno sempre lo stesso datore per tutta la vita professionale sarà chiesto di adattarsi a ruoli cangianti, di continuare a formarsi e imparare, di saper gestire situazioni impreviste e complesse. E se c'è una speranza di riuscire a far fare a una persona tutto questo, è fargli studiare e fare ciò per cui è motivato, ciò per cui sente una motivazione profonda legata a dei valori interni, e non certo quello che gli è stato detto è funzionale al mercato del lavoro e a un buono stipendio.

Per raggiungere quindi l'obiettivo non solo di una bassa disoccupazione, ma anche e soprattutto di una diffusa qualità del lavoro, dovremmo quanto prima smetterla di presentare i valori, gli interessi, le motivazioni personali come per natura opposti alla funzionalità e all'impiegabilità nel mercato del lavoro. Dovremmo smettera di dire e pensare che fare una scelta professionale o scolastica di "interesse" vuol dire fare gli schizzinosi e precludersi una carriera a causa di pigriza o sogni infantili. Non è affatto così: è anzi proprio la motivazione interna (così maldestramente chiamata oggi dai più "passione") a portare le persone ad imparare nuove competenze, a reagire alle difficoltà, a diventare persone migliori. E quindi, in ultima ma non trascurabile istanza, più occupabili.

Riccardo Maggiolo

Fondatore del Progetto Job Club

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