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L'origine di tutti i nostri guai? È il "Populavorismo"​, e va fermato!

Qualche giorno fa ero nella sede milanese di una delle più importanti agenzie per il lavoro d’Europa per tenere un breve corso sulla ricerca attiva del lavoro. Prima della lezione, i "padroni di casa” hanno mostrato il video di company profile aziendale, girato nella stessa Milano: grattacieli scintillanti; giovani aitanti in completi firmati che dialogavano amabilmente con in mano un iPad in ambienti pieni di luce; ventenni di una sconvolgente bellezza pulita che sorridevano felici guardando in camera; una voce calda, sicura, entusiasta che snocciolava numeri e successi. Finito il video, la luce si è riaccesa sulla "classe": una maggioranza di donne di mezza età; qualcuna con qualche capello grigio in più; un manipolo di ragazzi trentenni con i maglioncini lisi e lo sguardo basso; 3-4 ventenni apparentemente pieni di energia ma con un’ombra di insicurezza negli occhi; un paio di uomini over50 con le braccia conserte e lo sguardo duro. Ognuno trasudava un sentimento che andava dal distacco annoiato alla rabbia malcelata. Ed eravamo a Milano!

Su cosa sia esattamente il “populismo” c’è ancora un grande dibattito, ma la definizione più semplice (o, se volete, superficiale) e condivisa sembra essere “Ideologia politica diretta all'esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari”. Ancora di più, il dibattito persiste su cosa abbia originato il ritorno e il successo di questa ideologia in questo momento storico. Credo però che si possa dire che quasi tutti concordino sul fatto che il ritorno in auge del populismo sia stato dovuto alla miopia di una classe dirigente che non ha avuto la necessaria sensibilità per rispondere ai sentimenti delle masse popolari, oltre che ai loro bisogni; di non capire che il futuro non può essere disegnato come un luogo di benessere per tutti quando non tutti (o, forse, nessuno) hanno strumenti efficaci per affrontarlo e plasmarlo invece che subirlo.

Secondo una – per me – molto interessante chiave di lettura, proposta anche dall’ex-ministro Carlo Calenda, le “élite” avrebbero anteposto competenza, efficienza e ricchezza ai sentimenti di spaesamento, paura, inadeguatezza del “popolo”, confidando che questi non avrebbero retto all’oggettivo miglioramento della qualità della vita. Presentare fenomeni epocali come la globalizzazione e l’accelerazione tecnologica come processi ineluttabili e sempre positivi, assecondarli senza se e senza ma, ha fatto sentire deboli e indifese le persone che si ritenevano più travolte da questi processi, facendo montare il loro senso di esclusione e rabbia. La percezione che molte persone ne hanno ricavato è che il mondo vada verso un futuro radioso e loro ne siano esclusi: prima magari per limiti propri, poi anche per limiti esterni, visto l’enorme aumento delle disuguaglianze tra classi (pur in un quadro di generale miglioramento). E la rabbia esplode.

Se si è d’accordo con queste premesse, allora si può ragionevolmente arrivare a una conclusione: che la reazione “populista” non è nata nella o dalla politica, ma nel mercato del lavoro. C’è stato (e c’è) insomma, un “populavorismo” prima che un “populismo”; il primo ha originato e continua ad alimentare il secondo. Pensateci: le analogie sono molte, sia nelle dinamiche che negli esiti. Ne selezionerei in particolare tre.

Primo: la costruzione e aggressiva diffusione dell’idea che il lavoro sia un valore assoluto, e che più ce n’è e meglio è per tutti. Che, insomma, basta dare uno stipendio a tutti o quasi per stare tutti bene, a prescindere non tanto o solo dalla qualità del lavoro da un punto di vista di stabilità, retribuzione e status, ma soprattutto da quanto il lavoratore si sente soddisfatto e realizzato nello svolgere quel lavoro. Ma questo non è vero nemmeno in senso assoluto, figurarci per il singolo! Una persona che fa un lavoro (anche stabile e ben retribuito) controvoglia crea scarso o nullo vantaggio competitivo per il datore, non riesce a tenersi al passo e a gestire il cambiamento e più prima che poi diventa un peso e non un valore aggiunto per la società. 

Insomma, il lavoro è stato svuotato quasi completamente del suo contenuto qualitativo, fino quasi a diventare una mera materia prima (e infatti è oramai quasi scambiato come tale, con poca cura per tutto il peso umano e sociale che ha intrinsecamente). L’analogia con la diminuzione del focus sulla qualità dell’offerta politica è evidente («I partiti sono tutti uguali»; «Destra e sinistra non esistono più»...) così come gli esiti: candidati che cercano “un lavoro qualsiasi purché sia” (come gli elettori che votano «Qualunque partito purché...»); milioni di lavoratori che odiano il proprio lavoro ma continuano a farlo (come i tantissimi delusi dei vecchi e nuovi partiti, che pure continuano a sceglierli per mancanza di alternative); ma soprattutto milioni di persone che si sono volontariamente escluse dal mercato del lavoro (la vastissima astensione al voto).

Secondo: la mal riposta fiducia nel razionalismo delle persone e nella meritocrazia degli strumenti nell’intermediazione del lavoro. Il primo fondamentale errore di svuotare di contenuto qualitativo il lavoro non ha subito reso evidenti le sue conseguenze negative. Le masse potevano infatti accettare (almeno per un po’) un’offerta di un lavoro “qualsiasi” e senza qualità; a due condizioni, però: che desse un reddito sufficiente a una vita dignitosa e che il meccanismo di selezione e promozione all’interno del mercato del lavoro fosse razionale e meritocratico. Nonostante la vulgata, a far crollare il patto è stato il venire meno del secondo presupposto, più che del primo. Aldilà del sensazionalismo di alcuni titoli di giornale, infatti, i dati dicono che lo stato patrimoniale e il potere d’acquisto delle famiglie italiane sono stati solo marginalmente erosi dalla crisi; è stato invece un metodo di selezione dei lavoratori altamente depressivo e iniquo a deprimere e isolare i lavoratori (non mi addentro qui a spiegare perché depressivo e iniquo: ne ho scritto più e più volte).

Essere giudicati per come si compila un pezzo di carta, infilati come sardine in fiere per il lavoro somiglianti a mercati del bestiame, fare il giro delle agenzie con il cappello in mano, accettare passivamente la presenza e l'avanzamento di carriera di persone palesemente inadeguate, e sentirsi dire che quello è il modo “giusto” e “meritocratico” di selezionare e far avanzare i lavoratori, ha creato ancora più frustrazione e rabbia nei candidati. Anche qui le analogie con la politica sono molte: la mal riposta fiducia nella razionalità del mercato e dello sviluppo tecnologico, così come l’assunto che la selezione delle classi dirigenti fosse meritocratica ha portato alla ribellione degli elettori verso gli eletti, con i primi che si sono sentiti incapaci di influire in alcun modo sui secondi, nonostante essi stessi dicessero che “lavoravano per loro” (esattamente come gli operatori del mercato del lavoro).

Terzo: l’incapacità di creare una narrazione davvero inclusiva e la conseguente esclusione prima implicita e poi esplicita di chi fa fatica a tenere il passo con la complessità. La crescente complessità del mondo contemporaneo all’inizio sembrava solo un’onda di medio-bassa grandezza. Oppure, alta ma governabile grazie all'uso di nuovi formidabili strumenti. La risposta quindi che è stata data (e che, pervicacemente, non si è ancora voluto cambiare) è stata quella di cavalcare l’onda. Tutti quanti. In una anche teoricamente corretta ottica di responsabilizzazione dei lavoratori, il messaggio che è stato dato loro (e che è persino dilagante qui su LinkedIN) è stato «O impari a cavalcare l’onda, o affogherai»; o, persino, nella variante più recente: «È giusto che tu affoghi».

E quindi via a incensare la tecnologia e la complessità come inevitabili magnifiche sorti e progressive la cui sfida va entusiasticamente raccolta e vinta agendo tutti come yuppie del nuovo millennio. Peccato che l’onda sia diventata uno tsunami, e che gli strumenti per poterla cavalcare aumentavano di potenza ma anche in complessità e quindi in accessibilità. Il risultato è che, se pure neanche all’inizio tutti potessero cavalcare quell'onda (dite voi a un’operaia di fare lavoro agile; o ad un spedizioniere di imparare a sviluppare app), ora è diventata travolgente per tutti, e solo pochi privilegiati riescono a ripararsene facendo leva su asset già acquisiti o su straordinarie capacità nel governare pochi ma efficaci strumenti. Gli altri si sentono spazzati via, e si richiudono in sé stessi negando la sfida anche oltre le proprie eventuali incapacità.

Per fare l’esempio più esplicito: chi lavora nella selezione del personale sa quanto sia incredibilmente alto il numero di persone che sbaglia a scrivere il numero di cellulare o la mail sul curriculum. La prima reazione a tanta sciatteria (ed è stata anche la mia per molto tempo) è quella di dire: «Se non sai scrivere correttamente manco il tuo numero sul CV, non meriti di avere un lavoro». Poi ho capito: tante persone non sbagliano il loro numero perché sono necessariamente sciatte, ma perché (consciamente o inconsciamente) non vogliono essere richiamate! Non vogliono anzitutto sentirsi giudicati e demonizzati ancora, e non vogliono finire a fare qualcosa che non ha nessun valore per loro poi! E dire «Tanto peggio! Lasciamoli a casa questi schizzinosi!» vuol dire esacerbare ancora di più la situazione di polarizzazione del mercato del lavoro ed esclusione delle fasce deboli. Esattamente come dire che chi crede alle bufale on-line e vota di conseguenza dovrebbe essere per principio escluso dal meccanismo politico e di rappresentanza.

I presupposti per il “populismo” di massa sono quindi nati e cresciuti nel mercato del lavoro, e ancora lì albergano con forza. Li si vede meno, però, perché mentre la frustrazione in politica ha la facile valvola di sfogo del voto, nel lavoro la valvola di sfogo non c’è, e il lavoratore “somatizza” principalmente in due modi: o tenendosi il proprio lavoro anche se lo odia (secondo una ricerca Gallup su 230mila professionisti in 142 Paesi ad appena il 13% degli intervistati piaceva il proprio lavoro!) e quindi prima o dopo lavora male o si fa licenziare, oppure si pone fuori dal mercato e chiude la porta a doppia mandata (in Italia gli inattivi sono oltre 4,5 volte più dei disoccupati). E se in politica una qualche tipo di riflessione sugli errori fatti si affaccia, tra chi si occupa di mercato del lavoro, invece, non sembra che ci si sia accorti ancora di nulla, anche di fronte ad episodi evidenti come quello che ho descritto all’inizio di questo articolo.

Irretita da promesse irrealizzabili, fatta sentire esclusa da forze troppo grandi per essere governate, e infine bastonata perché ritenuta intrinsecamente inadeguata, c'è poco da sorprendersi che una grossa fetta della forza lavoro (e quindi dell'elettorato) si sia fatta attrarre dalla prospettiva del reddito di cittadinanza alle scorse elezioni, peraltro alimentando ancora di più nella restante fetta di popolazione l'idea che tante persone non vogliano contribuire alla società ma solo vivere di rendita. E il corto circuito tra lavoro e politica è servito. Il guaio è cosa faranno, l'una e l'altra parte, quando si accorgeranno che anche quella sul reddito di cittadinanza è un'altra promessa che rimarrà disattesa.

È quindi evidente che, se vogliamo provare a risolvere il problema ed evitare che deflagri completamente, la soluzione va trovata non tanto e non solo nella politica, ma nel lavoro. Se infatti una democrazia basata sulla rappresentanza può teoricamente sopravvivere anche in una società dove le percentuali di non votanti sono molto alte (succede in diversi Paesi), una società non può sopravvivere se gran parte della sua popolazione non vi contribuisce attivamente ed è fuori dalle dinamiche sociali e di potere del lavoro. Va quindi trovato assolutamente un modo di re-includere queste masse deluse e arrabbiate, smettendola di puntare loro il dito contro e di etichettarle come residui inadeguati di un progresso inevitabile.

Il punto è che tutti vogliono lavorare, ma nessuno vuol fare un lavoro che non lo rappresenti e non lo soddisfi. Anche la persona più delusa e incarognita può essere (con un po’ di tempo e metodo) re-inclusa nel mercato del lavoro, a patto però di riconquistare la sua fiducia e reinserirla in gruppi sociali di confronto e scambio (se volete, anche questo si fa nei Job Club). E per riconquistare la sua fiducia bisogna partire dal lavoratore, non dal lavoro! Capire le sue motivazioni, invece di ossessionarlo con gli strumenti. Ascoltare i suoi interessi, invece di propinargli metodi per raggiungere a risultati che non ha scelto di perseguire. Il resto, dovrebbe venire di conseguenza. Più o meno. E questa è una sfida (direi quasi, una missione) che devono affrontare anzitutto gli operatori del mercato del lavoro, prima che i politici o i lavoratori. Per cui, diamoci da fare!

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